I confini sembrano sottrarsi a una definizione univoca. Separano e, nello stesso tempo, rendono possibile l’incontro; interrompono la continuità di uno spazio e aprono un passaggio verso ciò che sta oltre. Distinguono e mettono in relazione persone, luoghi, culture, identità, corpi. I confini danno forma a paesaggi tanto materiali quanto immaginari, costruiscono mappe entro le quali gli individui possono abitare lo spazio, orientarsi, pensare e riconoscersi. Il confine è dunque una presenza apparentemente concreta e, al tempo stesso, sfuggente.
Il confine conserva, in molte lingue indoeuropee, una relazione originaria con la terra: è il gesto del tracciare un solco sul terreno. Prima ancora di designare una separazione astratta, il confine rinvia dunque a un’azione concreta: incidere, segnare, distinguere una porzione di spazio da ciò che la circonda. Nella cultura antica, il confine costituisce un vero e proprio topos, una figura attraverso cui vengono organizzate tanto l’esperienza dello spazio quanto l’esperienza del tempo e delle relazioni sociali.
La pervasività simbolica del confine non ne cancella, tuttavia, la persistente dimensione spaziale. Al contrario, è proprio nella capacità di produrre una differenza nello spazio che il concetto continua a manifestare il proprio significato originario. Delimitare significa sottrarre una porzione di spazio all’indistinzione, conferirle una forma e renderla riconoscibile; significa produrre una discontinuità là dove prima era possibile percepire soltanto continuità. Ogni confine, in questo senso, istituisce un “prima” e un “dopo”, un “dentro” e un “fuori”, un “qui” e un “altrove”.
In particolare, pensare il confine significa confrontarsi con una delle figure attraverso cui durante l’epoca moderna sono stati organizzati spazi politici, giurisdizioni e identità. Il confine delimita, distingue, ordina: stabilisce un dentro e un fuori, un noi e un loro, un’identità e un’alterità. Nella forma moderna dello stato-nazione, il confine ha costituito uno degli strumenti fondamentali della sovranità, definendo territorialmente le comunità politiche e traducendo in una linea geograficamente visibile una discontinuità giuridica e politica. E tuttavia, proprio nel momento in cui il confine sembra assolvere una funzione separatrice, esso rivela la propria natura ambivalente: separando, mette in relazione; delimitando, produce uno spazio di contatto.
È questo carattere ambivalente a rendere oggi il confine una questione epistemologica di particolare rilievo. I confini, infatti, sono, da un lato, strumento politico per l’esercizio della sovranità stato-nazionale e marca delle appartenenze e, dall’altro lato, luogo in cui si ridefiniscono continuamente identità e alterità, si aprono inedite possibilità di convivenza.
La globalizzazione non ha infatti determinato la semplice scomparsa dei confini, come una certa retorica del “superamento dei confini” avrebbe potuto far pensare. Al contrario, i confini si sono moltiplicati, dislocati e trasformati. Continuano a essere dispositivi di esclusione e controllo, ma sono allo stesso tempo anche luoghi di attraversamento, negoziazione, traduzione e ibridazione. Non scompaiono: si ricollocano e si ridisegnano. Per questo è oggi importante interrogarsi su come essi vengano continuamente prodotti, attraversati e trasformati.
In questa prospettiva, anche l’etimologia di “confine”, da cum finis, la “fine comune, che abbiamo in comune”, può assumere un valore euristico. Il confine non designa soltanto ciò che termina, ma una fine condivisa con l’altro. Non è dunque necessariamente una divisione netta e invalicabile, bensì uno spazio nel quale la separazione e la condivisione coesistono. Il confine è, in questo senso, uno spazio intermedio che non appartiene interamente né a un lato né all’altro e nel quale, proprio per questo, possono emergere nuove configurazioni delle identità e delle appartenenze.
Una simile prospettiva consente di superare la prospettiva secondo la quale il confine costituisce una demarcazione territoriale e istituzionale della sovranità. Senza negare tale accezione, che rimane essenziale per comprendere la materialità politico-giuridica dei confini, diventa necessario considerare i confini anche come processi: il confine non è semplicemente qualcosa che esiste, una linea installata nello spazio, ma una pratica sociale attraverso cui differenze spaziali, politiche e culturali vengono continuamente prodotte e riprodotte.
Il passaggio dal confine come oggetto al confine come processo comporta una trasformazione dello sguardo. Se il confine è un processo, occorre interrogare le pratiche, i discorsi e le rappresentazioni attraverso cui esso prende forma. Così, le pratiche di delimitazione sono anche pratiche di ordinamento della realtà e di produzione dell’alterità. Distinguere “noi” e “gli altri” non significa soltanto riconoscere una differenza già data, ma contribuire attivamente a costruirla. Ed è precisamente qui che emerge il suo carattere ambivalente. Il confine viene istituito per separare e distinguere, ma nel farlo produce necessariamente una relazione con ciò che separa. La sua realtà non coincide con la linea cartografica che lo rappresenta: comprende piuttosto l’insieme delle relazioni sociali, economiche, culturali, politiche e simboliche che si organizzano intorno a essa e che la attraversano. Da questo punto di vista, il confine può essere pensato come un “luogo complesso”, come un luogo in cui si intrecciano tali relazioni (cum-plectere, intrecciare insieme). Cioè la sua complessità non consiste semplicemente nella compresenza di elementi diversi, ma nel fatto che tali elementi si costituiscono reciprocamente attraverso relazioni di tensione, conflitto, negoziazione e contaminazione. È il luogo nel quale legalità e legittimità possono divergere, nel quale le identità istituzionalmente definite entrano in rapporto con le identità vissute, nel quale appartenenze consolidate vengono continuamente rinegoziate. Il confine diventa così anche uno spazio culturale: un paesaggio nel quale mappe, narrazioni, immagini, memorie e pratiche quotidiane contribuiscono a produrre significati condivisi e conflittuali.
In questa prospettiva, è facile comprendere come la condizione “di confine” non appartenga esclusivamente ai territori posti ai margini degli stati. La deterritorializzazione delle culture ha infatti reso la presenza dei confini potenzialmente ubiqua. Se nell’età moderna l’idea di stato nazione è stata finalizzata a costruire una corrispondenza fra cultura, società e territorio, le conseguenze dei processi globali generano una crescente multi-località: persone, idee, linguaggi e pratiche culturali attraversano territori differenti, producendo nuove sovrapposizioni. Le metropoli e gli spazi urbani tradizionalmente considerati “centrali” diventano così, sotto l’effetto delle migrazioni e della circolazione globale di culture, linguaggi e immaginari, “luoghi di confine”, al cui interno si producono nuove differenze, nuove aree di sovrapposizione e nuove forme di negoziazione delle appartenenze.
Per queste ragioni, i confini non possono essere considerati semplicemente spazi marginali. Il loro carattere interstiziale non costituisce una condizione di insignificanza, ma una risorsa culturale e politica. È proprio negli interstizi che diventano percepibili le trasformazioni delle identità, così come le tensioni fra appartenenza e mobilità, radicamento e dislocazione, continuità e cambiamento. Il confine non è quindi il luogo in cui due identità compiute si incontrano: è il luogo nel quale le identità stesse possono essere rinegoziate, ricostruite.
Il confine è una lente privilegiata per comprendere la globalizzazione. Non perché costituisca un residuo della precedente organizzazione territoriale, ma perché rende visibili le contraddizioni che attraversano il presente. Alla rappresentazione geometrica dello spazio, fondata su opposizioni come centro/periferia, interno/esterno e dentro/fuori, si affianca una rappresentazione reticolare, nella quale i luoghi sono definiti anche dalle relazioni e dai flussi che li attraversano. In questo scenario, il confine non è soltanto una barriera: può diventare una porta, un punto di accesso e di connessione all’interno di una rete.
Spostare l’attenzione dalla materialità statica del confine al paesaggio sociale e simbolico che esso genera e alle pratiche attraverso cui tale paesaggio viene continuamente configurato e riconfigurato consente una lettura più complessa del tempo presente. I confini manifestano qui il loro carattere ambivalente: luogo di controllo e di mobilità, di esclusione e di produzione di nuove soggettività, di irrigidimento delle identità e, al tempo stesso, di loro trasformazione.
I confini costituiscono oggi uno dei luoghi privilegiati da cui oggi osservare la complessità del mondo. Creati per ordinare il mondo attraverso la separazione, i confini finiscono per rivelarne la molteplicità, l’interdipendenza e la natura processuale.
Un’epistemologia e una politica del confine dovrebbero allora assumere fino in fondo questa ambivalenza. Non si tratta di celebrare ingenuamente l’apertura contro la chiusura, né di sostituire al paradigma della separazione quello, altrettanto semplicistico, della fusione. Si tratta piuttosto di abitare criticamente la soglia, riconoscendo che ogni confine è insieme limite e possibilità, dispositivo di potere e spazio di creazione.
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