“Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Sarà un caso ma il primo documento ufficiale in volgare italiano a noi noto – il Placito di Capua del marzo 960 – parla di terre, confini, proprietà e monasteri… Sono testimonianze orali messe per iscritto seguendo formule notarili che però si vogliono comprensibili non solo da chi “sa di latino”, ma anche dal popolo del contado, perché dal rispettare o travalicare confini, dal possedere o non possedere terre da (far) coltivare, dipende la sopravvivenza dei più poveri che spesso hanno solo la religione come rifugio. Quindi i fines, i confini ci parlano di territori, popoli e religioni.
Ma non solo: con salto all’indietro di quasi mille anni rispetto al Placito capuano ritroviamo i nostri fines che già hanno una valenza legata non più alla terra ma al pensiero e al diritto: “Sunt certi denique fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”, scriveva Orazio nella prima delle sue Satire: “Vi sono determinati confini al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”.
Questi due lasciti sui confini – l’uno tra il latino e l’italiano, l’altro tra il giusto e l’ingiusto – danno il là a questo nostro sito (altra parola liminare tra latino e italiano) che vorrebbe cercare di ascoltare e far ascoltare voci non scontate sui fines, a partire da una domanda: siamo proprio “certi” che ci siano ancora oggi “determinati confini” che segnano un “al di là e un “al di qua” del mio e del tuo? È ancora possibile una ricerca del “rectum” al di là e al di qua dei confini? E dove passa nel nostro tempo e nel nostro mondo il discrimine tra il noto e l’ignoto, e tra “i sommersi e i salvati”?
E anche se si riuscisse a de-finire questi con-fini, sarebbe davvero utile renderli dei muri? Nella sua poesia Mending Wall (Rabberciare un muro), Robert Frost (1874-1963) esprime in merito perplessità quanto mai attuali:
Là dove è il muro, un muro non ci serve
“Buoni confini fanno buoni vicini”…
Ma perché “Fanno buoni vicini?
Prima di fare un muro dovrei chiedermi
Quello che intendo riparare o escludere,
E a chi potrei recar danno.
Qualcosa c’è che non sopporta un muro,
Che lo vuole abbattuto”
Qualcosa vuole abbattuti i muri, eppure i muri sono anche – o soprattutto? – costruzioni mentali, come ci ricorda Enzo Pace: “i confini nelle politiche di identità sono quelli che ci sono sempre stati; non sono solo linee tracciate sul suolo, sono dispositivi della mente. Per cui le guerre […] si fanno non solo sui campi di battaglia, ma hanno inizio ancor prima nelle menti degli individui, costruendo l’immagine del nemico che sta alle porte, che sino a qualche tempo prima era il tuo vicino. In questo modo il linguaggio religioso viene piegato alla logica dell’amico-nemico”.
A questo punto forse faremmo meglio a lasciarci ispirare nuovamente da altri versi di Robert Frost:
Dice che il miglior modo di uscirne è di passarci.
E io sono d’accordo su questo …
A servant to servants (Una serva di servi)
Cercheremo allora di passare attraverso territori, popoli e religioni lasciandoci guidare da chi li abita o li ha già percorsi e ne è rimasto affascinato o interpellato. E siccome quanto condivideremo riguarda idee, parole, persone e realtà abbiamo assegnato alle rubriche aggettivi femminili plurali:
- “Ascoltate” (le conversazioni, in cui le parole degli interlocutori vanno ascoltate)
- “Pensate” (le riflessioni di un certo respiro da parte di un autore)
- “Vissute” (le esperienze sul campo e anche le “vite vissute”)
- “Sognate” (le utopie e i progetti)
- “Lette” (le recensioni a libri)
- “Tradotte” (i contributi scritti – o ripresi – da altre lingue)
- “Spiegate” (un vocabolario sui confini)
Grazie per volerci accompagnare in questo attraversamento di Fines.
Foto di Markus Winkler su Unsplash

