Ho esitato ad avventurarmi nel recensire un libro che è frutto di un convegno e contiene già – oltre ai densi contributi dei relatori – anche ben due postfazioni di ampiezza e profondità non scontate*. Poi un evento di cronaca, marginale rispetto ai tragici scenari di guerra cui ci stiamo abituando, ha vinto le mie perplessità: in una cittadina dell’Irlanda del Nord, a forte maggioranza protestante, centinaia di manifestanti cattolici (e repubblicani) hanno impedito che una marcia unionista autorizzata terminasse percorrendo la strada principale del quartiere cattolico, teatro di forti scontri oltre trent’anni fa.
Primo quarto del terzo millennio d.C., Europa, cristiani di diverse confessioni, incendi passati e scintille odierne… Nulla di paragonabile a quanto sta avvenendo in Ucraina da anni, eppure anche a Portadown, quaranta chilometri ad ovest di Belfast, i fatti stanno dando ragione al titolo del libro in questione: Il contributo delle religioni alla terza guerra mondiale. Così, senza punto interrogativo alla fine, senza virgolette alla definizione “terza guerra mondiale”, senza ripensamenti prima e dopo lo svolgimento del convegno omonimo che ha originato il libro.
Altra premessa: sono di parte. Ma non rispetto a una delle due realtà in conflitto, bensì rispetto alla realtà della guerra. Io sto risolutamente dall’altra parte – quella della pace – e non da oggi. Comodo, direte. Chi non preferisce la pace alla guerra? Persino quanti la guerra la fanno, o la fanno fare agli altri, affermano – più o meno in buonafede – di essersi preparati alla guerra perché vogliono la pace. Oggi però non è tanto comodo essere per la pace, se si vive in un paese in guerra: basterebbe chiederlo – se fosse possibile contattarli – agli obiettori di coscienza in Russia o in Ucraina.
Ebbene, essere “artigiani di pace” – tali sono coloro che vengono abitualmente additati come “pacifisti”, termine che ormai non ha nemmeno più bisogno di aggettivi per avere un’accezione negativa – significa imparare o aver imparato l’arte alla scuola di mastri artigiani, significa costruire, modificare, riparare gli arnesi adeguati e saperne trasmettere l’uso. Ora, questo libro è un ottimo arnese per l’artigianato di pace, così diverso dall’industria bellica.
Raccolgo quindi alcuni stimoli che il libro mi ha suscitato, cominciando dal titolo che, come già detto, dà per accertato che un contributo delle religioni alla terza guerra mondiale esiste. Si tratta di capire quale è e quando interviene o è intervenuto questo contributo: è ciò che analizza Enzo Pace. Sempre dal titolo, sottolineo gli aggettivi “terza” e “mondiale” applicati alla guerra: l’espressione è di papa Francesco, che ne sottolineava il suo essere combattuta “a pezzi”, ed esprime bene quello che è il risultato della globalizzazione nei suoi vari aspetti: informazioni, vere e false, migrazioni, finanza… Ormai i muri non sono più capaci di fermare le guerre, ma le alimentano, mentre è svanita l’illusione che si possa vivere al riparo delle guerre degli altri, è venuta meno quella persuasione di cui parla l’enciclica Pacem in terris di papa Giovanni XXIII (1963): “Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (§ 67). È il paragrafo in cui ricorre l’espressione latina alienum a ratione, talmente lapidaria nel definire “estranea alla ragione”, folle, l’idea che la guerra possa essere “strumento di giustizia”, da suggerire una traduzione più blanda: “quasi impossibile pensare”, appunto.
Alessandro Castegnaro evidenzia come sia stata sottovalutata la guerra nell’ex-Jugoslavia: un conflitto che ha risuscitato l’elemento etno-identitario, mescolandolo con l’appartenenza religiosa. Ed Enzo Pace sottolinea come proprio “il caso jugoslavo ha che fare con l’idea che i confini nelle politiche di identità sono quelli che ci sono sempre stati; non sono solo linee tracciate sul suolo, sono dispositivi della mente. Per cui le guerre – la storia dei Balcani ce lo dimostra – si fanno non solo sui campi di battaglia, ma hanno inizio ancor prima nelle menti degli individui, costruendo l’immagine del nemico che sta alle porte, che sino a qualche tempo prima era il tuo vicino. In questo modo il linguaggio religioso viene piegato alla logica dell’amico-nemico”.
Diventa allora fondamentale, come ribadisce Stella Morra, “articolare e costruire la forma del ‘noi’, come forma di un ‘comune’ che diventi luogo di articolazione e mediazione del difficile connubio tra pubblico e provato”: un “noi” sempre più vasto, dunque, e che non sia contrapposto a un “loro”. Percorso certo accidentato, per nulla agevole, ma proprio queste difficoltà sono, secondo Andrea Grillo, “circostanze non da aggirare ma da attraversare”. È come quando, attraversando un guado, giungiamo a un punto in cui non ci è più possibile continuare a camminare appoggiando i piedi sul fondo del corso d’acqua: se non vogliamo o non possiamo tornare indietro né intendiamo farci travolgere dalla corrente, non ci resta che metterci a nuotare, dobbiamo cioè cambiare il modo, lo stile, l’arte di attraversare i problemi.
Il curatore Castegnaro ci ha messo in guardia fin dalle prime pagine del volume: “Non sarà che le speranze di un futuro diverso, già da tempo ‘emigrate fuori dalla chiesa’, come diceva Moltmann, dopo aver trovato provvisorio ristoro nelle religioni secolari, crollate queste, o confluiscono in modo regressivo nei fondamentalismi o non sanno dove andare?”.
Che tocchi proprio alle religioni tornare a offrire la speranza per un futuro diverso? La risposta possono darla uomini e donne che alle religioni si rifanno e dialogano con le persone che hanno altre visioni del mondo e, insieme, le mettono a servizio dell’umanità intera.
*Oltre all’ampio contributo di apertura del curatore Alessandro Castegnaro, abbiamo le riflessioni di Enzo Pace, Stella Morra e Andrea Grillo, seguite dalle postfazioni di Giuseppe Trentin e Pietro Cognato.
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