La chiesa negli USA e le popolazioni native. Intervista a Massimo Faggioli

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Il 4 luglio scorso, papa Leone XIV ha pubblicato una lettera per celebrare i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America. Sulla portata di questo messaggio abbiamo ascoltato Massimo Faggioli, docente di teologia alla Villanova University (Pennsylvania, USA).

Guido Dotti. Il giorno anniversario della nascita degli Stati Uniti, il primo papa della storia originario di quel paese, ha significativamente deciso di recarsi non negli USA bensì a Lampedusa, luogo simbolo delle tragiche migrazioni attraverso il Mediterraneo, luogo di accoglienza per i pochi che riescono ad approdarvi e di sepoltura per una minima parte delle migliaia che nel Mediterraneo cercano futuro e trovano morte. Pensa che questa scelta possa essere intesa come parte integrante del messaggio stesso?

Massimo Faggioli. La scelta di andare a Lampedusa è stata certamente un messaggio, come il fatto di recarvisi il quattro di luglio, in un contesto storico di rapporti tra il Vaticano e gli Stati Uniti che nei mesi precedenti era stato molto complicato anzi molto teso con gli attacchi diretti del presidente Trump e del vicepresidente Vance e di altri esponenti dell’amministrazione Trump contro il Vaticano e contro il papa stesso. Quindi quella scelta di andare a Lampedusa era anche un messaggio di recezione del pontificato di Francesco: papa Leone è un pastore con le sue specificità e le sue diversità rispetto al predecessore, ma sulla questione dell’immigrazione c’è una sostanziale continuità con Francesco. Quindi c’è una distanza dalle politiche dell’amministrazione Trump ma anche della visione del mondo dell’amministrazione Trump che vede negli immigrati il nemico per eccellenza, nella visione etnocentrica e nazionalista, dispiegata sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Questo messaggio era anche una smentita di coloro che pensavano che Leone XIV, il primo papa degli Stati Uniti, sarebbe stato l’anti-Francesco o la smentita di papa Francesco, cosa che invece non si può assolutamente dire.

G.D. La lettera ricorda tra i principi più cari sanciti dalla Costituzione americana la libertà religiosa e pone l’accoglienza, la protezione e l’assistenza agli immigrati come espressione della difesa e cura di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale. Considera questa grata memoria dell’enorme contributo dato dagli immigrati alla nascita e alla crescita degli Stati Uniti d’America come un richiamo ad attuare anche oggi politiche migratorie coerenti con la storia di quel popolo?

M.F. Penso che quella lettera inviata agli Stati Uniti fosse un richiamo alla memoria, un promemoria al paese al fine di attuare delle politiche migratorie diverse, ma in realtà ancora prima a concepire la questione migratoria come una questione che richiede una politica e una visione politica. Ricordiamo che l’ultima riforma vera per l’immigrazione risale all’amministrazione Reagan, cioè agli anni 80, ovvero 40 anni fa. Nel frattempo il fenomeno migratorio, ma anche gli Stati Uniti come popolazione, sono cambiati enormemente e la “seconda rivoluzione americana” che il trumpismo vuole essere ha messo l’immigrazione come punto numero uno sull’agenda, fin dal 2016. La questione è che dopo un decennio di trumpismo è diventato chiaro che fare dell’immigrazione il capro espiatorio per i mali del paese non funziona neanche per quegli scopi che il movimento MAGA si era dato. Quello di Leone è un pontificato complicato perché ha il compito di dire certe cose agli americani da papa, da cattolico e da americano in un sistema di rapporti diverso rispetto a quello storico fra il Vaticano e gli Stati Uniti e diverso anche rispetto a quello che vigeva fra la chiesa cattolica e il potere americano. La chiesa cattolica oggi è la chiesa più grande del paese, ha responsabilità diverse anche rispetto agli anni ’80, quando era in una posizione di minoranza a differenza del protestantesimo. Oggi non è più così e quindi credo che Leone abbia mandato quella lettera con una finalità ben precisa: non tanto prescrivere una politica particolare, quanto affermare l’importanza di avere una politica migratoria coerente che non sia solo strumento di politiche populiste.

G.D. Si può tuttavia notare “un grande assente”: le popolazioni native. Si ricordano i Padri Fondatori, i due secoli e mezzo di grande crescita di questo popolo ma, almeno a stare al contenuto del messaggio, si ha l’impressione che questa “terra dei liberi e patria dei coraggiosi” 250 anni fa fosse un’immensa landa disabitata, in attesa di essere “scoperta” e valorizzata. La chiesa, le chiese cristiane hanno accompagnato con la loro riflessione teologica e la loro sollecitudine pastorale il percorso verso l’abolizione della schiavitù e il riconoscimento universale dei diritti umani. Si ha l’impressione che per quanto riguarda i nativi americani non si sia ancora avviata un’analoga assunzione di responsabilità e un riconoscimento dei crimini commessi.

M.F. La questione delle popolazioni native e della loro “invisibilità” negli Stati Uniti e anche nelle chiese è una questione molto vera e seria che è più grave negli Stati Uniti rispetto ad altri stati che hanno fatto passi diversi. Per esempio, l’Australia e la Nuova Zelanda hanno fatto molti più passi in avanti, come paesi, come chiese e come tradizione teologica. In quei paesi la teologia e anche la teologia cattolica si sono fatte voce della memoria della deportazione e delle politiche contro nativi o indigeni o First Nations, in un modo che è diventato parte integrante della cultura teologica e cristiana di quei paesi. Negli Stati Uniti invece la questione è stato affidata alle tradizioni locali, a chiese locali con una storia particolare come, per esempio, in Minnesota o nel sud ovest del paese. Ma è ancora abbastanza marginale rispetto al grande fiume della teologia cattolica e nella tradizione teologica. Questa assunzione di responsabilità manca anche a livello pubblico e politico perché questo è un paese federale e quindi tutte le responsabilità sono divise stato per stato: questa cosa vale anche per altre questioni (come quelle degli abusi nella chiesa). Ma in generale c’è anche una maggiore forza negli Stati Uniti della cultura dei settler, cioè del dominio di chi è arrivato e ha conquistato questo paese. Il trumpismo è una di quelle forze che vuole chiudere la porta a ogni possibile discussione storica sul significato di quell’era, anche solo di conoscenza di quella storia. Il cattolicesimo negli Stati Uniti si trova in mezzo a due forze diverse: una forza (parte del movimento MAGA) che spinge per un’indifferenza o addirittura per una rivendicazione di quella storia e invece un’altra tendenza culturale che tende a incriminare tutto il cristianesimo per la storia del colonialismo e della oppressione delle popolazioni native. Una buona teologia deve farsi spazio oggi tra queste forze opposte e confliggenti.

Foto di Shelby Cox da Pexels