Il 23 gennaio 2026 a Bari, nell’ambito del primo simposio delle Chiese cristiane in Italia, cattolici, anglicani, evangelici, ortodossi, pentecostali e protestanti firmano il Patto tra le Chiese cristiane in Italia; il 25 giugno 2026, presso l’Auditorium del museo dell’Ara Pacis a Roma, i responsabili di 15 confessioni e religioni diverse – cattolici, evangelici, ortodossi, ebrei, musulmani, induisti, sikh, buddhisti e bahà’ì – sottoscrivono il patto La via italiana del dialogo. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale. Su questo abbiamo ascoltato don Giuliano Savina, prete ambrosiano, ordinato nel 1987 dal cardinale Carlo Maria Martini, a servizio pastorale nelle periferie della città di Milano prima come responsabile della pastorale giovanile e poi come parroco, dal 2018 direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (Unedi) della Conferenza episcopale italiana.
Barbara Ghiringhelli. Nell’attuale scenario geopolitico ed ecclesiale, La via italiana del dialogo ha preso concretezza con la firma di due Patti cruciali per le Chiese e le religioni in Italia. Come si è arrivati a questo risultato e perché parlare proprio di “Patto”?
Giuliano Savina. Viviamo in un contesto geopolitico drammatico, accompagnato da una forte difficoltà nell’elaborazione del pensiero, dove il livello della riflessione pubblica e politica si è notevolmente abbassato. C’è bisogno di ritornare ai classici, a quelle coordinate che hanno sempre tessuto i processi culturali e storici. I classici sono auctoritates nel senso etimologico del termine: vengono da augeo, cioè ciò che è capace di far crescere e di insegnare. Senza di essi manca l’interpretazione del presente. I classici hanno permesso nelle varie epoche storiche di crescere, perché segnano quel senso di fronte al quale siamo chiamati a dare responsabilmente il nostro consenso. Che cos’è la storia se non il consenso al senso in quel momento storico? Ed è in questo quadro che si inserisce il lavoro sui due Patti, che trova le sue radici profonde nel contesto del post-Covid. Quello è stato un momento drammatico e liminale, dove ciascuno ha preso coscienza dei propri limiti e della propria fragilità. Ricordiamo l’immagine di papa Francesco il 27 marzo 2020 in una piazza san Pietro vuota e sotto la pioggia: l’affermazione “Siamo sulla stessa barca” ha toccato il cuore di tutti. Nelle settimane successive, al nostro ufficio arrivavano continue chiamate da esponenti ecumenici e interreligiosi che si riconoscevano in quelle parole. Da quella percezione di fragilità comune è nata la spinta a sedersi attorno a un tavolo convinti che, se siamo sulla stessa barca, non dobbiamo aver timore di poterci parlare, di poter dialogare. Nel frattempo, con l’avvio del cammino sinodale voluto da papa Francesco, abbiamo scelto di coinvolgere apertamente le altre confessioni cristiane e le altre religioni, inaugurando un metodo basato sulla conversazione spirituale e sull’ascolto autentico. Da qui la nascita dei Tavoli, quello delle Chiese e quello delle religioni, e da questi sono nati i Patti, dopo tre anni di reciproco e profondo ascolto dialogico tra i leader delle diverse comunità. Non è stato un percorso improvvisato, ma il frutto di una maturazione condivisa.
B.G. Durante questi anni di ascolto e di confronto, quali sono stati i punti di convergenza immediata e quali le questioni che hanno richiesto maggior lavoro di mediazione?
G.S. La vera forza di questo percorso è stata che i cuori erano aperti. Ai Tavoli non ci siamo seduti con uno scopo dottrinale o dogmatico, che in campo ecumenico, ma anche interreligioso, avrebbe potuto rievocare ferite del passato o contese storiche. Non erano a tema l’ospitalità eucaristica o le divergenze teologiche. Il tema centrale era rispondere insieme a una desolazione presente e chiedersi: “Come stai vivendo questo momento? Che cosa possiamo fare insieme per le nostre comunità?”. Negli anni, la situazione globale si è ulteriormente scaldata: dopo la pandemia sono arrivati il conflitto in Ucraina, la tragedia del 7 ottobre, la guerra a Gaza e le tensioni in Medio Oriente. Eppure, le convocazioni dei nostri Tavoli hanno sempre registrato la presenza di tutti. Anche di fronte a fatti drammatici, dai Tavoli è emersa un’affermazione chiarissima: “Qualsiasi forza esterna o ragione interna possa minacciare il nostro dialogo, noi questo tavolo ostinatamente non lo lasciamo”. Questa è la scommessa che ha preso il nome di La via. Nel cristianesimo, prima ancora di essere chiamati cristiani, i discepoli erano detti “quelli della via”: è un richiamo alle origini. Ma questa dimensione è stata condivisa pienamente anche dalle altre religioni, senza alcun sincretismo o rinuncia alla propria identità, con la consapevolezza che questo stile di relazione fa bene all’intera società.
B.G. In che modo quindi gli attuali conflitti e le tensioni internazionali che toccano corde anche religiose ricadono sul contesto italiano e come questa situazione è stata gestita nei Tavoli?
G.S. L’impatto dei contesti internazionali sulla realtà locale è fortissimo. Pensiamo alla guerra in Ucraina: quando le direttive del Patriarcato di Mosca hanno vietato la preghiera comune con altre confessioni, in Italia si è creato un grande imbarazzo, perché qui i rapporti personali, di fraternità e di ascolto tra i parroci ortodossi e gli altri responsabili esistevano già ed erano consolidati. Lo stesso vale per il Medio Oriente: attorno al nostro tavolo siedono persone nate a Gerusalemme o a Hebron. Non hanno perso i legami con la propria terra d’origine, ma oggi vivono in Italia. Non si tratta di chiedere a un leader religioso in Italia un giudizio affrettato su questioni geopolitiche complesse – se parliamo di Medio Oriente la voce autorevole per i cattolici è quella del patriarca latino di Gerusalemme –, ma di capire come noi, in Italia, possiamo custodire la relazione. Tenere viva la relazione significa permettere all’altro di essere ascoltato nel suo dolore, nella sua angoscia e persino nella sua paura. Se perdiamo questo spazio di incontro, perdiamo una possibilità di pace. Per questo i nove impegni e le nove azioni concrete scaturiti dal Patto interreligioso non sono parole astratte o formulazioni d’intento, ma nascono dalla vita reale e dalla volontà di non disperdere questo patrimonio umano.
B.G. Siete stati ricevuti dal presidente della Repubblica il giorno stesso della firma del Patto tra le religioni e a lui avete consegnato una copia del Patto. Qual è stato il significato istituzionale della consegna del Patto al presidente Mattarella?
G.S. L’incontro con il presidente Mattarella è stato un momento dal valore simbolico e istituzionale straordinario. Il 25 giugno, in occasione dell’anniversario dell’Assemblea Costituente, nonostante i numerosissimi impegni ufficiali, il presidente ha dedicato 45 minuti all’incontro con i rappresentanti del Tavolo interreligioso, affiancati dai giovani ambasciatori interreligiosi. Sono stati proprio i giovani a consegnargli il documento. Il presidente ha pronunciato un discorso magistrale, ripercorrendo gli articoli della Costituzione italiana dedicati alla libertà religiosa e al pluralismo, cogliendo pienamente il valore del Patto come attuazione concreta della profezia costituzionale. Ha espresso profonda gratitudine per questo lavoro, riconoscendo come il dialogo tra le fedi sia un pilastro essenziale per la democrazia e la coesione sociale del nostro paese.
B.G. Come si passa ora dalla firma formale dei Patti alla loro reale ricezione all’interno delle singole comunità religiose?
G.S. Questo è il passaggio più delicato e cruciale: la fase della divulgazione e della ricezione ad intra. Come ha ricordato il cardinale Zuppi durante la firma all’Ara Pacis, spesso è più facile dialogare all’esterno che far comprendere la portata di questi passi all’interno delle nostre stesse case e comunità. I responsabili cambiano nel tempo, ma i Patti devono rimanere un punto di non ritorno, una base solida da cui non si torna indietro per ricominciare ogni volta da capo. Per quanto riguarda il Patto tra le Chiese cristiane a gennaio pubblicheremo gli atti del primo simposio delle Chiese cristiane in Italia, che comprenderanno un lavoro scientifico di grande valore: una tabella sinottica e critico-testuale curata da tre docenti di area ortodossa, cattolica e protestante. Questo studio dimostra come il lessico del Patto riprenda e sintetizzi i più importanti documenti della storia del dialogo ecumenico e i grandi testi della società civile, come la Carta dei diritti umani o i documenti del Consiglio d’Europa. Significa che questa cultura del dialogo si è ormai innervata nella coscienza dei responsabili. C’è tutta una storia di dialogo ecumenico, c’è tutta una storia di dialogo interreligioso, e in questi Patti le storie si sintetizzano.
B.G. Che messaggio lanciano i Patti a chi si dichiara ateo, agnostico o non credente, e può essere considerato un modello replicabile?
G.S. Credo che le persone non credenti e gli agnostici pensanti possano riconoscere nei Patti uno spazio aperto, un respiro nuovo. Non si tratta di accordi di facciata o di compromessi al ribasso, ma di legami autentici. I Patti dimostrano che è possibile mettersi in gioco a servizio del bene comune. Le comunità religiose custodiscono da sempre il senso del mistero e la cura per l’umano; mettere questo patrimonio a disposizione di tutta la società è un impegno preso verso l’intera societas italiana. I Patti si pongono a tutti gli effetti come un paradigma: un modello vivo che fa già parte della storia del nostro futuro perché punto di non ritorno e porterà frutto a seconda di quanto le comunità sapranno declinarli nelle vicende della storia. È molto importante che le comunità sappiano di questi Patti, li leggano e si confrontino al loro interno sui contenuti per farne vita. A questo proposito vi dico che sul sito dell’Unedi sono disponibili tutti i materiali di questi tre anni – verbali degli incontri, sintesi, video, oltre ai testi dei Patti – perché la volontà di tutti i responsabili delle Chiese e delle religioni è proprio quella di condividere il percorso e le riflessioni che sono all’origine della via italiana del dialogo.
Foto di Noah Holm su Unsplash

