Terra e migrazioni. Appartenere al pianeta Terra, all’acqua e alla terra

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La terra è vita, la terra è casa, la terra è sacra! La vita di tutta l’umanità dipende dalla terra. Ascoltate le voci di chi difende la terra, dei popoli indigeni, di chi lavora la terra, degli agricoltori e delle donne produttrici, e sentite cosa significa per loro la terra. Ascoltate ciò che hanno da dire sull’impatto che il colonialismo e lo sviluppo delle grandi aziende hanno avuto sulle persone e sulla terra nel corso dei secoli. Nelle guerre genocidarie, le popolazione native di quelle terre sono state uccise e scacciate. Ritenendo trattarsi solo di terribili storie del passato, molti non si rendono conto di come tale violenza continui ancora oggi. I diritti alla terra, all’acqua e ai mezzi di sussistenza dei popoli indigeni e delle comunità contadine vengono ancora oggi violati e trascurati in molti luoghi.

 […] Tutta la vita sulla Terra è minacciata dalle conseguenze dell’ingiustizia strutturale, delle industrie estrattive, della perdita di biodiversità, della scarsità di acqua potabile pulita e dell’emergenza climatica. Persino le iniziative ben intenzionate a favore delle energie rinnovabili vengono percepite dai popoli indigeni come «colonialismo verde» quando incidono negativamente sul tessuto vitale delle loro terre.

L’economia colonizzatrice del capitalismo razzializzato – che viola i diritti delle persone e spesso uccide i gruppi più vulnerabili – deve essere trasformata in un’economia della vita e della cura delle persone e della terra. La saggezza tradizionale e gli insegnamenti originari degli antenati indicano ai popoli indigeni che l’umanità deve cambiare rotta e costruire, insieme, relazioni di giustizia e pace in un’unica famiglia di vita. Le spiritualità incentrate sul Creato legano le popolazioni alla terra come «terra sacra». Sradicare le persone dalla terra significa la morte del loro modo di vivere e della loro cultura, mentre perdere la terra significa perdita dell’identità e del senso di integrità. La terra sostiene le persone, l’identità, la spiritualità e le relazioni. La vita, per il genere umano, è una relazione interdipendente di convivenza con e sulla terra, come custodi intrecciati con la terra, l’acqua, l’aria e il cielo.

Le chiese che hanno avallato la «dottrina della scoperta» coloniale con tutte le sue conseguenze letali e che si sono adagiate nelle culture dominanti delle società consumistiche e nell’idolatria modernista della crescita economica sono chiamate a pentirsi. Esse, cioè noi dobbiamo superare quelle teologie del dominio che separano l’umanità dal creato e radicano atteggiamenti che consentono lo sfruttamento della terra e del creato, dando origine alle profonde crisi morali e spirituali di oggi. Ciò richiede che le chiese riconoscano anche quando esse, cioè noi abbiamo beneficiato del colonialismo in quanto tra i maggiori proprietari di terre sottratte. Cambiare rotta, pentirsi e ascoltare i difensori della terra significa che tutti noi abbiamo la possibilità di cambiare prospettiva, superare gli effetti del colonialismo e del consumismo, ripristinare il tessuto vitale e muoverci verso un’economia della vita, come immaginata in tante vicende bibliche e nell’insegnamento e nella pratica di Gesù. Il riconoscimento del diritto dei popoli indigeni alla loro terra e il rispetto delle loro culture e credenze costituiscono un primo passo nella giusta direzione, cui ne dovranno seguire altri.

[…] La terra è anche una delle benedizioni promesse da Dio ad Abramo e Sara e ai loro discendenti. La Terra Promessa diventa un bene comune per gli Israeliti; essi non devono vendere a nessuno la terra ereditata. Pertanto, la terra non è un semplice possesso, ma è piuttosto un simbolo della nostra stessa esistenza, relazione, identità e appartenenza, una benedizione, ma anche il luogo in cui sono identificabili le conseguenze delle nostre azioni.

Al centro della rottura del rapporto tra l’essere umano e la terra c’è stato un cambiamento nella concezione della terra. Da appartenenza alla terra, la terra è diventata qualcosa che va conquistata, controllata, posseduta; la terra non è più qualcosa che plasma la nostra identità, ma è l’essere umano che «definisce» la terra. […] È proprio questo importante cambiamento nel rapporto con la terra che, di conseguenza, ha permesso ad alcuni di rivendicare più diritti sulla terra rispetto ad altri. Facendo valere i propri diritti di proprietà sulla terra, essi vogliono esercitare anche il controllo sulle persone che vi abitano e sulle loro identità.

[…] Trasformando la terra in proprietà, divenne possibile definire le persone in termini di razza. Tale colonizzazione, e la corruzione che ne derivò, portarono allo sfruttamento della terra — comprese le acque — e della sua popolazione, con conseguente spostamento forzato delle popolazioni indigene, la rottura del senso di appartenenza comunitaria e la brutalità della schiavitù. La tratta di esseri umani e la grave povertà ne sono le conseguenze ancora oggi, così come le manifestazioni di (multiforme) violenza, la disuguaglianza e la discriminazione.

Questa concezione distorta della terra come proprietà si riscontra anche nei governi nazionali che vendono risorse naturali, tra cui la terra e l’acqua (parte integrante del creato), a multinazionali che sfruttano risorse idriche e suolo, lasciandoli spogli e rendendoli inabitabili per le popolazioni indigene.

Da una prospettiva diversa, vi sono anche persone che ritengono di avere più diritto a una terra perché i loro progenitori vi hanno vissuto, il che porta al rifiuto e alla discriminazione nei confronti di coloro che vi migrano. Una delle conseguenze più recenti del nostro fallimento nel prenderci cura della terra è la migrazione forzata dovuta al cambiamento climatico. Immigrati di seconda generazione devono affrontare il nuovo fenomeno della confusione delle loro identità e la sensazione di essere sradicati anche nella loro nuova patria. Le comunità della diaspora, soprattutto quelle religiose, diventano invece la patria spirituale. Pertanto, le comunità religiose devono assumersi il compito di fornire sostegno nelle questioni identitarie, senza alimentare un nazionalismo inappropriato o pericoloso.

Nell’incarnazione di Dio in Cristo riconosciamo una comprensione e un rapporto alternativi con la terra e le acque. L’incarnazione indica come Dio Creatore abbia a cuore il creato, e la terra in particolare, non in termini di possesso ma di comunione con essa. […] Anziché allontanarci dal rapporto con il resto del creato nei nostri contesti, l’incarnazione di Dio e l’instaurazione del  suo Regno ci indicano l’orizzonte che ci chiama al pentimento e alla conversione per le nostre trasgressioni e la nostra violenza nei confronti della terra e dell’acqua. Siamo chiamati a testimoniare attivamente e a vivere secondo la comunione con il creato voluta da Dio, e a partecipare fedelmente al ripristino delle relazioni spezzate.

Celebrare i doni, visitare le ferite e impegnarci insieme alle comunità vulnerabili in azioni trasformative sono espressioni concrete di questo tentativo di testimoniare la profonda incarnazione di Dio.

La X Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC-WCC), tenutasi a Busan nel 2013, ha invitato i cristiani e le persone di buona volontà di tutto il mondo a unirsi in un pellegrinaggio di giustizia e pace. Dal 2014 si sono svolti studi e riflessioni su cosa significhi oggi per le chiese intraprendere un pellegrinaggio di giustizia e pace. Dal 2016 al 2022 un Gruppo di studio teologico (PJP-TSG) e un Gruppo di riferimento (PJP-RG) hanno impostato e svolto il proprio lavoro come un pellegrinaggio, visitando comunità e chiese locali in tutto il mondo. Durante i loro incontri annuali, il PJP-TSG e il PJP-RG hanno celebrato momenti spirituali con le chiese ospitanti, condividendo dolori e sofferenze dei loro membri e delle popolazioni locali, e assumendo consapevolezza delle loro azioni di trasformazione. Al termine i due Gruppi hanno raccolto le loro esperienze e riflessioni teologiche in Towards an ecumenical theology of companionship : a study document for the ecumenical pilgrimage of justice and peace, sussidio dal quale è stato tratto il testo qui pubblicato.

Traduzione a cura di Guido Dotti, membro del PJP-TSG citato

Foto di damien dufour su Unsplash