Ero arrivato in Algeria per la prima volta nel 1992. Non immaginavo che quel paese sarebbe diventato un capitolo importante non solo del mio lavoro, ma qualcosa di più profondo nella mia visione della realtà. E non conoscevo ancora padre Armand Veilleux, procuratore generale dell’ordine dei trappisti, con il quale lavorerò, su un binario parallelo, per scoprire cosa era successo nella notte del 26-27 marzo 1996 al Monastero di Tibhirine, tra le montagne dell’Atlante, in terra algerina.
Nel grande gioco diplomatico internazionale l’islam aveva preso posto in prima fila. L’Algeria era stata una colonia di Parigi per centotrenta anni, e aveva ottenuto l’indipendenza dopo la Seconda guerra mondiale combattendo contro i colonizzatori francesi. Ma nel 1992, con le elezioni vinte dal Fronte islamico, era iniziato il “decennio nero”. Uno scontro feroce tra militari e gruppi ispirati al Corano con un bilancio ufficiale, dieci anni dopo, di almeno 130.000 vittime. Quell’anno il presidente Boudiaf, che aveva avviato una decisa campagna anticorruzione, veniva assassinato in pubblico e quel delitto non è mai stato chiarito. Una foto al suo funerale mostrava generali sovrappeso, con gli occhiali scuri, qualcuno con la sigaretta accesa, e richiamava una compagine mafiosa, un ambiente golpista sudamericano. Sullo sfondo, invisibile ma sempre attiva, la compagnia petrolifera Sonatrach, il vero forziere del paese. Con una ottantina di famiglie a gestirsi quella ricchezza.
Imparai subito due cose. I funzionari statali alzavano frequentemente il dito, come a dire che adesso insegnavano loro e non più i colonizzatori stranieri. Le cifre e gli argomenti usati erano spesso contrastanti con le parole raccolte in altri uffici. E poi c’era il clima atmosferico, variabile, aspro, più di quanto potessero promettere il mare, le montagne e il deserto. In questo scenario si inseriva la casbah, l’antica cittadella di Algeri, quartiere fenicio, poi dei berberi e quindi dei romani. Vicoli stretti, ripidi, tetti piatti, equivalenti a un percorso alternativo, sopraelevato, che collegavano case malandate. Una struttura ideale per nascondersi, aggredire o scappare. Lì, un quarto di secolo prima, Pontecorvo aveva girato la sua indimenticabile Battaglia di Algeri.
Dopo quel primo viaggio ero tornato altre volte in un contesto sempre più deteriorato: posti di blocco allestiti con divise rubate della gendarmeria, editti governativi e proclami integralisti contrapposti, telefonate anonime, arresti, scomparsa di giornalisti e avvocati, sequestro o uccisione di stranieri, diversi per nazionalità e religione. Fino al sabotaggio dell’oleodotto Transmed e alla spettacolare fuga nel 1994 dal carcere di massima sicurezza di Tazoult, il più grande dell’intera Africa. C’erano nidi di cicogne sul tetto e vestigia romane nei dintorni. Da lì non era mai scappato un solo prigioniero, ma quella volta 906 uomini ritrovarono il gusto della libertà. Queste cronache alimentavano il “decennio nero”. E insieme dilagava la propaganda, la menzogna, la delazione. Era faticoso avvicinarsi alla realtà. Parola più modesta rispetto alla più invocata verità. Avevo una domanda frequente: chi ingannava chi? Forse è stato l’unico paese dove ogni tanto mi guardavo le spalle.
Nei proclami integralisti era vietato parlare francese, e per le donne obbligatorio portare il velo, vestire con modestia, non mescolarsi agli uomini in pubblico. A un processo vedo gli imputati islamici difesi da nove avvocate a capo scoperto, truccate e fresche di parrucchiera, vestite all’occidentale, con la sigaretta accesa, mescolate ai colleghi maschi, oscillando tra lingua araba e francese. Ritrovo ad Algeri il mio vecchio, fraterno interprete vietnamita, staffetta militare al tempo dell’occupazione americana, diventato ambasciatore proprio qui. Anche lui riceve improbabili lettere minacciose a firma Fronte islamico, benché rappresentante di un paese che era stato colonizzato dalla Francia, che aveva combattuto una sanguinosa guerra di liberazione esattamente come l’Algeria. Non dimentica che alle elementari per fare pipì doveva chiedere il permesso al maestro in lingua francese.
Le direttive puritane del Fronte islamico combattono le televisioni straniere ma sugli schermi di casa dominano programmi francesi, spagnoli, italiani. I sequestri degli stranieri dilatano oltre confine l’eco della minaccia islamica: oltre ai francesi ci sono italiani, croati, filippini, peruviani, perfino due ufficiali russi. Bersagli civili insieme a religiosi, sacerdoti e anche suore. In albergo la lampadina sul tavolo ha quaranta candele, oppure centocinquanta. L’uomo con la tuta blu commenta: qui è sempre stato così, luce troppo debole o troppo forte. Sintesi filosofica popolare della vita quotidiana.
Nella notte tra il 26 e 27 marzo 1996 la violenza arriva anche al monastero di Tibhirine, tra le montagne dell’Atlante. Lì i monaci si erano stabiliti molti anni prima, in buone relazioni con la popolazione locale che nel terreno attorno al monastero trovava anche occasione di lavoro e cure nell’ambulatorio medico. Con il “decennio nero” il monastero aveva ridotto l’ingresso alle ore diurne, in posizione neutrale tra le autorità e i militanti islamici, chiamati rispettivamente “fratelli della pianura” e “fratelli della montagna”. Le cure mediche erano garantite ma il telefono installato dalla prefettura saggiamente non poteva essere usato da estranei. Mesi prima padre Luc aveva fatto una profezia lucida: “Se succede qualcosa non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari”.
Tibhirine significa “giardino” ma quella notte del 1996 uomini armati, che le autorità definiranno subito come terroristi, costringono sette monaci a seguirli, non si accorgono che due restano nell’edificio. Cominciano settimane convulse, con fughe di notizie fasulle, testimonianze rocambolesche. Il capo dei servizi segreti francesi, il generale Rondot, arriva subito ad Algeri e incontra il suo collega Lamari che in passato gli aveva mostrato foto e indirizzo dell’inafferrabile terrorista Carlos. La cattura gli meriterà la legion d’onore. Rondot rassicura, ha notizie che tutto finirà presto. E invece il 21 maggio il Gruppo armato islamico annuncia la morte dei monaci.
Per l’identificazione delle salme sono in quattro: il console francese, il medico dell’ambasciata, Dom Bernardo Olivera abate generale e padre Armand Veilleux. Hanno saputo dal colonnello che dirige l’ospedale militare che non ci saranno problemi per il riconoscimento. Al suo ritorno a Roma padre Armand mi telefona subito per dirmi solo: “Venga a trovarmi domani”. Racconta che le sette bare erano chiuse, aveva chiesto di aprirle per dare l’ultimo saluto ai suoi confratelli, ma gli algerini facevano obiezioni sempre più irritate. L’ambasciatore francese temeva un serio incidente diplomatico, ma lui non aveva ceduto. Alla fine dentro ogni bara c’era solo una testa. La posizione vaticana da subito era stata chiara: “Sia fatta la volontà di Dio, preghiamo”. Posizione rispettata integralmente da Dom Olivera. Nella sua cronaca pubblica e dettagliata di quei giorni scrive: “… ci attendevano i sette feretri molto semplici e discreti, e su ognuno di essi una rosa rossa. Davanti a ciò che abbiamo contemplato, non abbiamo potuto fare a meno di pensare al precursore di Gesù, san Giovanni Battista”. Il punto decisivo e inquietante di quel giorno, l’assenza dei corpi, è cancellato. Mentre nel pensiero di padre Armand la direttiva vaticana diventa: “Sia fatta la volontà di Dio, preghiamo. Se so la verità prego meglio”.
Da quel momento decisi che avrei provato ogni ipotesi, ogni strada, per rispetto a quelle vittime, in un lavoro a quattro mani con padre Armand. Andando a Parigi, in Marocco, in altri paesi, cercando persone anche volonterose ma alla fine inutili. Facendo un passo avanti e tre indietro. Poi un giorno padre Armand riceve una breve lettera che indica un nome. Decidiamo che lui si è troppo esposto su grandi giornali come Le Monde e in dibattiti pubblici. Se chiamo io quel nome magari riesco a fare il primo passo senza metterlo in ansia. Incontro lo sconosciuto dopo oltre un mese. Sul biglietto da visita è indicato il suo vero lavoro, mette solo una condizione: il suo nome non dovrà mai apparire. Fino a oggi solo mia moglie e il direttore de La Stampa Giulio Anselmi sanno con chi ho parlato e dove, per complessive cinque ore.
Era stato un elicottero militare algerino a sparare su un bivacco in montagna con un fuoco acceso. La torre di controllo in contatto con il velivolo ascolta l’imprecazione: “Abbiamo fatto un’idiozia, abbiamo ucciso i monaci”. Ci sono voluti dodici anni per saperlo e scriverlo, chiedendo spesso a padre Armand di insistere con le sue preghiere. Senza ricevere mai l’ombra di alcuna smentita o rettifica. Un giorno il tribunale di Parigi mi ha chiesto di andare a testimoniare. E altro tempo è servito al magistrato per ottenere da Algeri l’autorizzazione all’autopsia.
Mi era capitato in Tibet anni prima di incontrare nelle ore notturne monaci buddisti vittime della repressione cinese. I documenti raccolti con Ettore Mo li avevamo portati all’Onu a Ginevra. Era la prima volta che la Cina veniva condannata per violazione dei diritti umani. Poi Tibhirine è stata la seconda cronaca su vittime pacifiche del mondo religioso. Oggi, nell’epoca dei social, delle fake news, dell’intelligenza artificiale, la parola verità ha un significato obsoleto, quasi presuntuoso. Forse si può dedicarsi alla più concreta realtà. Raccontare nel 2008 la storia dei sette monaci innocenti, chiusi in bare bugiarde, dodici anni dopo la loro uccisione non sembravano troppi. Ma sempre in ritardo rispetto a padre Luc Dochier, decano della comunità, in Algeria per oltre mezzo secolo, medico di tutti: lui già aveva scritto che ad arrivare di notte al monastero sarebbero stati gli uomini con le divise regolari.
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