La giustizia riparativa oltre l’Occidente: comunità, tradizioni e nuove forme di giustizia

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Esiste un’idea di “giustizia” elementare e spontanea, che Howard Zehr – uno dei più noti esponenti e promotori della giustizia riparativa – sintetizza nell’espressione “to put things right”: rimettere le cose a posto, letteralmente rimetterle “giuste”. È un’idea che intercetta quel sentimento di dispiacere che ci prende quando ci rendiamo conto di aver compromesso qualcosa, come quando magari da bambini abbiamo rotto un soprammobile a casa dei nonni e ci siamo chiesti come avremmo potuto rimettere insieme i pezzi. L’impulso a riparare è legato soprattutto alla percezione del male uscito dalle nostre mani senza che realmente lo volessimo, ma si tratta di una spinta fragile, che può essersi esaurita se abbiamo incontrato non lo sguardo affettuoso dei nonni, ma magari quello adirato di un estraneo, che piuttosto ha evocato o richiesto per noi una punizione per l’accaduto. Anche questo è qualcosa che si impara presto: spesso le persone, di fronte a un male che le colpisce, declinano la propria domanda di giustizia non come attesa di riparazione del danno o dell’offesa ma come attesa di una “lezione” da dare a chi – intenzionalmente o accidentalmente – ne è stato responsabile. È la secolare catena delle vendette, del male restituito (o da restituire) a chi il male lo ha fatto, qualcosa che oggi chiamiamo anche ritorsione e che sappiamo bene portare con sé il rischio dell’escalation, di una restituzione sempre più aspra di colpo su colpo, in un crescendo di violenza e distruzione.

La giustizia riparativa (Restorative Justice) oggi ci ricorda che questi sviluppi non sono l’unica via a disposizione del mondo adulto segnato dal male, e che quell’intuizione bambina può in realtà ispirare percorsi interpersonali e comunitari di risoluzione delle offese e dei conflitti. In Italia tutto questo è possibile nell’ambito penale grazie al d.Lgs 150/2022 (riforma Cartabia), ed è un traguardo raggiunto dopo un dibattito istituzionale internazionale iniziato solo all’alba del terzo millennio.

Se però esploriamo il manuale delle Nazioni unite dedicato ai programmi di giustizia riparativa, specie nell’edizione del 2020 (la precedente, meno ampia, è stata già pubblicata nel 2006), scopriremmo che le pratiche di giustizia riconducibili alla prospettiva riparativa sono ampiamente diffuse nel mondo, spesso precedono i sistemi “penali” considerati, per lo più, come “la giustizia” nella società occidentale.

Molti sistemi di giustizia indigeni e consuetudinari attribuiscono centralità proprio alla necessità di riparare il danno, di recuperare la relazione tra i confliggenti e di ripristinare il legame sociale: si tratta di tradizioni attestate ad esempio in Nuova Zelanda e Australia, ma ne è ricca in particolare l’Africa, che ha attinto in vari modi alla propria antica sapienza.

Si può trovare il caso dell’Uganda, dove le local council courts sono state istituzionalizzate e possono disporre rimedi come la compensazione, la restituzione, la riconciliazione o le scuse, accanto a misure di carattere più coercitivo, ma in molti altri paesi africani il diritto consuetudinario integra la capacità del sistema giudiziario statale o ne compensa le insufficienze. Particolarmente significativa è anche l’esperienza della Sierra Leone (oltre che dell’Uganda settentrionale) nell’affrontare la sfida del reinserimento degli ex bambini soldato. In questi contesti gli approcci riparativi sono stati utilizzati cercando di tenere insieme la responsabilizzazione per gli atti compiuti, la riabilitazione, la riparazione nei confronti delle comunità e il reinserimento nelle famiglie, nei villaggi e nella vita civile.

La dimensione sociale emerge con particolare evidenza nell’esperienza del Sudafrica, dove dal 1995 ha operato in chiave riparativa la Commissione per la verità e la riconciliazione e dove il Community Peace Programme ha sviluppato, per oltre un decennio, una rete di Peace Committees operante in 180 siti del Paese. Qui le iniziative di peace-making e peace-building miravano a promuovere la sicurezza delle comunità, a valorizzare le conoscenze locali, ad accrescere il capitale sociale e a costruire collaborazioni efficaci.

L’Handbook delle Nazioni Unite segnala poi esperienze riconducibili alla giustizia di transizione e al paradigma riparativo anche in Tunisia, Nepal e Gambia, così come forme di attenuazione della pena in Colombia e programmi di riconciliazione comunitaria a Timor Est.

Si può anche incontrare l’esperienza della Thailandia, dove sono stati attivati i Family Group e le Community Conference rivolti al contesto minorile e dove membri della comunità possono essere reclutati come funzionari volontari della probation e operare anche come facilitatori dei processi riparativi.

La prospettiva riparativa si trova poi nella Repubblica Democratica Popolare del Laos, dove sono state istituite le Village Mediation Units, unità di mediazione dei villaggi pensate come meccanismo permanente e di base per la risoluzione delle controversie e la promozione della conciliazione.

Sono solo alcune delle esperienze che la ricognizione delle Nazioni Unite porta all’attenzione, in fondo segnalando che sebbene non esista un modello unico di giustizia riparativa da trasferire indistintamente da una società all’altra, esiste nondimeno un diffuso senso umano del “fare giustizia” alternativo alla prospettiva “retributiva” del male per male. È un senso che attraversa le culture e intercetta intuizioni antiche e contemporanee, per cui sono centrali la responsabilità nei confronti di chi è stato danneggiato, la partecipazione della comunità, la ricomposizione delle relazioni, la riparazione e la reintegrazione.

Quell’intuizione bambina sull’importanza del rimettere le cose a posto, pur dovendosi misurare con l’impulso alla restituzione del male generato dal dolore e dalla rabbia, ha forse più chances di quanto non si pensi di accompagnare l’umano sulle vie mai facili, e ciononostante praticabili, della pace.

Foto di Albert Stoynov su Unsplash